Strumenti, cruscotti e tecnologie: troppe magie? E troppi impossibili confronti

29 mag 2018 Marcello Pirovano
Strumenti, cruscotti e tecnologie: troppe magie? E troppi impossibili confronti

Una plancia panoramica che avvolge in un abbraccio pilota e passeggero; due o tre monitor che, docili e ubbidienti, ricevono ordini, controllano funzioni, impartiscono comandi, inviano preziose informazioni, dialogano con altri veicoli. Se vuoi ti informano anche che è ora di fare una sosta per un caffè rigenerativo, ti prenotano alberghi e ristoranti  e adesso pretendono anche di mettersi a chiacchierare del più e del meno con te, quasi come il più petulante dei compagni di viaggio. Ma cosa dire di certi volanti capaci di annullarsi scomparendo letteralmente dentro la plancia che se li ingoia? Un vero shock!

È questo lo scenario, ormai sempre più frequente, che accoglie chi si mette a bordo di un’auto e, ancor più, di un concept o di un prototipo di un modello che andrà in produzione nel futuro; come dire la settimana o il mese prossimo.

Confesso che quando mi capita resto non poco perplesso e impreparato; anche perché di tutto questo bendidio finora ho fatto tranquillamente a meno senza soffrirne troppo e, soprattutto, senza riuscire a utilizzare ogni servizio che mi viene proposto, anche per il timore di distrarmi dalla guida.
Sono considerazioni da vecchio automobilista, lo capisco bene e anzi, da automobilista vecchio come tanti ce ne sono, fuori tempo massimo per sperare di mettersi velocemente al passo con i giorni che viviamo.

Ma poi mi capita di passare da Villa D’Este per lo straordinario Concorso d’Eleganza e mi capita, sull’onda dei ricordi e della passione, di commuovermi alla vista di certe regine della strada e delle piste e, crederci o no, dei loro cruscotti che riscopro. Trovo che siano semplicemente capolavori di artigianato e manualità allo stato puro. Con qualche irruzione nel mondo dell’arte applicata, come per i Nardi, i Momo o gli inglesi Moto-Lita d’antan, leggeri e perfetti da far impallidire l’O di Giotto e che ci guardavamo bene dall’impugnare senza i guanti a mezze dita per non sciuparli a mani sporche o sudate e per i loro strumenti analogici da maestri orologiai.

Di tutto questo, e per spiegarmi meglio, allego qualche immagine tra quelle sulle quali mi sono fermato in contemplazione, partendo dal cruscotto, inimitabile ed estremo nella sua essenzialità, della Isotta Fraschini FENC del 1909. Vi aiuto a riconoscerle nominando le foto che accompagnano questo mio piagnisteo.
E ditemi se non è il caso di regalarmi almeno qualche amichevole pacca sulle spalle. Magari con un realistico: “…vedi di non essere patetico”.

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