La posizione dell'Anfia sui dazi in USA

05 lug 2018 Marcello Pirovano
La posizione dell'Anfia sui dazi in USA

La posizione e le riflessioni dell’ANFIA - Associazione Nazionale della filiera dell’Industria Automobilistica - sulle problematiche connesse alla imposizione di dazi sull’export di auto in USA. 

Intervista al Direttore Gianmarco Giorda. 

1 - Molte Aziende italiane della filiera dell’Automotive lavorano per l’industria automobilistica tedesca. Quanto vale la componentistica che esportiamo in Germania?

GG - La Germania è il primo Paese di destinazione dell’export della componentistica italiana, nel 2017 per oltre 4 miliardi di Euro (+4,9% rispetto al 2016) e una quota del 19,3% (19,5% nel 2016) sul totale esportato.

2 - Se verranno confermati i dazi sulle esportazioni di auto, acciaio e alluminio in USA, le marche tedesche saranno particolarmente penalizzate. È stimabile, e in che misura, il danno per le nostre aziende?

GG - E’ difficile fare delle stime in questo senso. Sicuramente la questione dei dazi è da non sottovalutare. E l’Unione europea deve muoversi in maniera compatta, con una politica unica su questo tema. Molto dipenderà da che tipo di accordi verranno presi dal punto di vista doganale. Visto che non solo la Germania, ma anche l’Italia esporta veicoli negli USA e che i veicoli prodotti nel nostro Paese si avvalgono della filiera della componentistica del nostro Paese, c’è il rischio che una parte della produzione si trasferisca negli Stati Uniti per aggirare i dazi, il che comporterebbe di certo un calo di ricavi per il nostro settore. A meno che non si applichino dazi sui trasferimenti da parte della catena di fornitura per l’assemblaggio dei veicoli.

3 - Immagino che anche a livello associativo siano allo studio strategie e iniziative utili a far fronte alla situazione che si va delineando anche in merito alla trasformazione dei grandi costruttori da produttori di veicoli in fornitori di servizi di mobilità. Questa rivoluzione cosa comporterà? Serviranno meno auto? È pensabile che si aprano nuove opportunità in relazione a mercati dell’auto emergenti o molto più ricettivi, esempio Cina, India, Sud America, Africa?

GG - Le nostre aziende, in questa fase di trasformazione, sono chiamate ad occupare un nuovo posto nello sviluppo di ecosistemi allargati, in cui imprese, fornitori e partner dialogano e cooperano tra loro creando filiere virtuali, anche nell’ottica della creazione di nuovi servizi di mobilità.Non credo che nel breve-medio periodo la rivoluzione in atto implicherà una riduzione drastica del numero di auto in circolazione, ma sicuramente sono già cambiati molti aspetti del modo di vivere la mobilità, per esempio lo spostamento di paradigma dalla centralità del possesso dell’autoveicolo a favore del suo semplice utilizzo, sempre più on-demand, e condiviso, con esempi interessanti di sharing economy.

Secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, nel triennio 2015-2017 i principali servizi di mobilità condivisa sono aumentati del 50%. Oggi sono 18,1 milioni gli italiani che possono usufruire di almeno un servizio di mobilità condivisa (28%). In Italia i servizi che hanno avuto maggiore diffusione nell’ultimo anno sono il bikesharing, il carsharing, ma anche il carpooling, lo scootersharing e il bus sharing, oltre alle nuove App, che in un’unica piattaforma permettono di prenotare e acquistare tutta la sharing mobility a disposizione nelle città italiane.
Oggi in Italia siamo a quota 8.000 auto in carsharing per 1.077.589 utenti, nelle due formule free floating (l’auto che si preleva e si lascia ovunque) e station-based (si preleva e lascia in appositi spazi) e a circa 2,5 milioni di utenti per il carpooling extraurbano. 

Quanto alle nuove opportunità in relazione a mercati dell’auto emergenti o più ricettivi, mi soffermerei sulla Cina. Se il governo cinese ridurrà effettivamente al 15% (dal 25% attuale) i dazi all’importazione sulle autovetture, darà un forte impulso ai produttori di auto, soprattutto di alta gamma. E quindi a quella componentistica auto che spesso costituisce il 75% di un’automobile e che, in gran parte, è fatta proprio in Italia. In riferimento al Sud America, possiamo citare il caso del Brasile dove le barriere tariffarie e non tariffarie hanno finora assicurato ai produttori nazionali di autoveicoli un alto livello di protezione, grazie al piano industriale Inovar-Auto, mentre gli importatori hanno avuto difficoltà ad affermarsi sul mercato. Questo piano, tuttavia, è scaduto a fine 2017 e ora industria e governo lavorano ad un nuovo progetto di strategia industriale del Paese, “Route 2030”, la cui approvazione è attesa per fine agosto. Si tratta di un programma di più ampio respiro (13 anni contro i 4 di Inovar), incentrato sulle spese in ricerca e sviluppo, nonché su sicurezza ed efficienza dei veicoli. Il Governo dovrà attuare, probabilmente, una politica industriale meno discriminatoria nei confronti degli importatori di autoveicoli (e di componenti) e dovrà puntare sulla competitività della sua industria in linea con le tendenze globali che guardano a veicoli con standard emissivi sempre più bassi, incentivando, per esempio, i produttori di veicoli elettrici. 

4- Gli ultimi vostri dati ufficiali segnalano un calo della produzione di auto italiane? Crisi passeggera o di periodo medio-lungo?

GG - Nel primo trimestre dell’anno in corso, secondo i dati preliminari di ANFIA, la produzione di autovetture registra una flessione del 12% (oltre 175.000 vetture). Il totale degli autoveicoli prodotti nel primo trimestre 2018 ammonta a quasi 280.000 unità, in calo del 7% rispetto al primo trimestre 2017.
Se a marzo 2018 la produzione domestica di autovetture risulta in calo del 18%[1], di contro il comparto della fabbricazione di carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, secondo i dati ISTAT, presenta a marzo, come già a febbraio, una crescita a doppia cifra (+15%) e anche la produzione della componentistica mantiene un segno positivo a marzo (+1%).
E’ presto per dire se si tratti di una crisi passeggera o di medio-lungo periodo. Si sa che il settore automotive è soggetto a ciclicità, ma con l’avvio del piano industriale 2018 – 2022 annunciato da FCA dovrebbero entrare in produzione nuovi modelli, garantendo, dal 2020, il mantenimento di tutta la capacità produttiva in Italia.

[1] Dati preliminari ANFIA

 

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